Paolo Levi

Per prima cosa dipingere una gabbia che abbia la porta aperta… quando l’uccello arriva / se arriva / aspettare che l’uccello entri... richiudere dolcemente la porta col pennello… (Jacques Prévert, Per fare il ritratto di un uccello) Accostandosi con attenzione a questo, come ad altri lavori, di Claudia Giraudo, viene alla mente una possibile definizione sul suo modo di coinvolgere chi guarda nel suo universo pittorico. Non è certo facile etichettarla, ma non si è lontani dal vero se la si accosta alla poetica del Surrealismo, a cui aggiunge una personalissima inclinazione al fiabesco. In ogni sua composizione si rileva la presenza di un enigma, del quale solo lei possiede la chiave d’accesso. D’altro canto, se l’osservatore non afferra subito il sottile gioco delle parti che intercorre fra forme e figure, ha comunque a disposizione una qualità pittorica di alta scuola che si esprime in passaggi ben definiti di colore e sofisticate campiture. I suoi teatrini, le sue figurine infantili, i suoi animali del tutto fuori contesto, rimandano a narrazioni criptiche, basate spesso sulla decifrazione di un gioco fra parole e immagini, come avviene nei rebus.


Claudia Giraudo è pittrice di scuola surreale, con un tocco soavemente ludico, che crea un contesto fiabesco. In questa composizione una bambina con un cappuccio rosso ha in mano la chiesa di San Rocco in formato giocattolo. La figurina è circondata da carte da gioco illustrate con animali. Una qualità pittorica molto alta e attenta ai particolari, sostiene autorevolmente una fantasiosa e bizzarra costruzione poetica.

Alberto D'Atanasio

Effemeridi

Nel soggetto del film “A Guy Named Joe” del 1943 diretto da Victor Fleming, David Boehm e Chandler Sprague scrivono più o meno così: “l’amore che non esprimiamo è l’unico dolore che ci segue fin dopo la morte e il ricordo di quell’amore non espresso non dovrebbe renderci felici per l’eternità”. In una leggenda, molto più antica del film di Fleming, si legge che ogni creatura, ogni persona, è stata prima un angelo che Dio ha chiamato perché si rivestisse di carne e scendesse nel mondo per portare luce anche negli angoli più bui. La leggenda conclude che si ritornerà nel paradiso, da cui siamo tutti venuti, se avremo vissuto da uomini con la dignità di un angelo. Nel soggetto di Boehm e Sprague è indicato il modo in cui si dovrebbe vivere, nella leggenda si rivela, piuttosto, il luogo da cui siamo venuti e il motivo per cui si è nati. Il comune denominatore che unisce i due racconti è il senso infinito e sublime che permea ogni esistenza, quasi a sancire che ogni attimo di vita ha a che fare con il cielo, l’universo, il paradiso, l’empireo da cui siamo venuti e a cui ritorneremo. È questa convinzione che spinse gli uomini fin dai primordi a considerare i segni dei cieli come una sorta di mappa dove trovar ragione per discernere le cose che si incontrano nel viaggio di ritorno che si passa sulla terra. Guardando il cielo l’uomo antico cercava di dare un senso al navigare, ai naufragi, agli eventi quotidiani a quelli consueti, a quelli inaspettati e soprattutto alle relazioni tra persone. Nel corso dei secoli e prima dell’illuminismo lo scrutare il cielo era considerata cosa saggia, normale, l’astrologia era insegnata insieme alla matematica, e non c’era comunità che non avesse un esperto nel trarre dal cielo discernimento per le cose della terra. Nel XIV secolo Gentile da Fabriano che aveva conquistato tutta l’Europa col suo fare arte, dipinse a Foligno, a Palazzo Trinci, l’allegoria dell’astrologia accanto a quella della matematica, perché l’astrologo, doveva coniugare le geometrie dei cieli con la stessa sagacia del matematico, esemplificativi sono gli scritti di Galileo che su richiesta componeva anche carte astrali. La carta astrale altro non è che la trasposizione grafica del cielo con i pianeti e le costellazioni presenti in quel dato giorno, in quella precisa latitudine e a quell’ora esatta in cui una donna o un uomo sono nati. In queste carte venivano scritti i passaggi dei pianeti, le fasi lunari, la posizione del sole in relazione a quel particolare segno zodiacale, l’astrologo che le redigeva componeva di fatto un diario giornaliero che in greco era ????????, ephemeris, giornaliero; tradotto in latino ephem?ris; efemeridi. Le carte del cielo rivelavano in una simbologia precisa gli dei che popolavano l’antico Olimpo perché ogni personaggio desse immagine, peculiarità e motivo alle virtù come ai vizi di ogni esistenza. Gli dei e i pianeti prendevano vita nella giostra tra la terra e le costellazioni e l’uomo aveva così spiegazione delle cose passate, di quelle presenti e di premonire quelle future. La disputa ancora accesa tra la dottrina della predestinazione, del fato e quella promulgata da Pelagio sulla libertà di scelta dell’uomo, nella teoria degli astri si risolve nei simboli dei cieli e nelle indicazioni che davano all’uomo solo un’indicazione, una sorta di mappa appunto, ma poi ogni persona poteva decidere se seguire la via indicata, andare alla deriva, oppure, scegliere un’altra via non segnata o sostare per attendere che tra le trame del buio della notte si potessero scorgere altre stelle e proseguire il cammino della vita fino al gran finale, al ritorno. Nei simboli che sono definiti dagli astri l’uomo ritrovava conforto e sapienza, aveva motivo di credere a qualcosa che sfuggiva all’immanente, alla razionalità contabile, percepiva nelle figure disegnate dalle stelle che c’era un varco percorribile tra la ragione della vita concreta e l’irrealtà della vita mistica. I simboli sono il centro della vita immaginativa, rivelano e svelano i segreti dell’inconscio o di ciò che in genere associamo all’universo interiore della persona. I simboli danno slancio ed evidenza ai desideri, alle paure, ai sentimenti, alle emozioni e alle sensazioni. I simboli rivelano il nostro passato, i ricordi, ciò che ha segnato il nostro vivere e può dar segnale del nostro divenire. È così che si spiega la mostra di Claudia Giraudo, la sua mostra ripercorre i segni dello zodiaco cioè quei simboli che sono stati convenzionalmente creati per dare forma ai riferimenti astrali: costellazioni e pianeti. Una mostra che ricrea uno spazio di riconoscimento per l’Astrologia spingendo a ricercare dei punti di contatto tra i vari piani della realtà un sistema sincretico, in particolare analizzando oggi il rapporto tra filosofia e astrologia deduciamo comunque che la filosofia non può risolvere i problemi dell’astrologia. Dopo il grande sistema hegeliano si è destrutturata la possibilità di un sistema filosofico dove la conoscenza umana formuli soluzioni durevoli a problemi assoluti. Crolla l’idea di una verità unica e si vaga in un universo di significati relativi. Sembra che sia necessario quel sistema sincretico che interpreti la verità e rivesta di nuovo, di sacro e mitico il mondo, questa di Claudia Giraudo è una mostra che s’incentra sul tema astrologico può, attraverso l’arte e la reazione Estetica conferire all’astrologia il valore necessario a reinterpretare il Mondo e nella molteplicità lasciar intravedere l’assolutezza, per sua natura l’Astrologia è simile all’Arte e alla mitologia: non si può arrivare a interpretare totalmente miti e simboli ma essi andrebbero descritti e vissuti. Così la Giraudo diventa profeta e portavoce dell’invisibile, di un mondo immaginale luogo di angeli eroi e simboli; il luogo fecondo per una nuova Astrologia. Così la fotografica oggettività dipinta dalla Giraudo di animali e forme cariche di specifici valori simbolici unisce l’uomo alla natura e di nuovo al cielo. Il significato mitico che lega le emozioni umane è così risvegliato; è riaccesa la memoria ancestrale di legame con gli dei. Tutta l’arte della Giraudo è il viaggio onirico e simbolico che porta al cielo passando dentro il se di ognuno. I daimon cari alla Giraudo incarnano in questi dipinti simboli zodiacali e il regno mitico delle moire agisce su di noi, uomini che non attendono altro che il cielo parli e suggerisca la via e che l’intelligenza del cuore percepisca attraverso la Bellezza, voce dell’Arte che è possibile superare il relativismo e la poliedricità della verità per riconquistare quel rapporto col cielo. Il fare arte di Claudia è la normale elaborazione della risposta che si volle dare al superamento delle avanguardie del ‘900. Dagli anni’70 agli ’80 alcuni artisti della Transavanguardia curati e ispirati da Achille Bonito Oliva vollero ritornare all’oggetto e alla pittura, non diedero più un valore assoluto al concetto considerando secondario la restituzione estetica dell’opera. L’artista si è così riappropriato delle tecniche e della poetica del creare. Ci fu il recupero delle visioni più tradizionali dell’arte figurativa e un ritorno all’uso della pittura e della scultura per veicolare le esperienze del campo estetico. Ciò che però mi piace sottolineare, in questo contesto e perché il talento della Giraudo sia meglio percepito, è il superamento del concetto di progresso continuo e ascendente che operarono artisti come Pietro Annigoni, Salvatore Fiume che seguirono l’evoluzione immaginifica di De Chirico e Savinio. Tutto è stato già espresso per cui la “citazione” diviene uno dei procedimenti tipici e più riconoscibili delle varie tendenze artistiche. La stessa composizione dell’opera divenne il risultato di culture e storie diverse filtrate attraverso la memoria. È da questo percorso che si può avere piena percezione del fare arte di Claudia Giraudo che ha saputo magistralmente riassumere in una tecnica superba che contempla la miglior tradizione pittorica della tempera a olio con le filosofie estetiche preraffaellite fino a contemplare la poetica pittorica di Massimiliano Stanislao Rao. Il suo genio compositivo si trova nella radice etimologica del termine talento, cioè “vera armonia”, giustezza di pesi, tàlanton che in geco antico indicava bilancia, pesare, trovare giustezza tra misure. La pittura di quest’artista è un inno alla tradizione pittorica italiana, in lei il disegno diviene pura ricerca compositiva, una sorta di spartito su cui poi le note, le semicrome, i toni compongono l’intero brano. Ogni quadro è una vera finestra da cui si vede chiara l’interpretazione del segno zodiacale, del pianeta o dell’astro. In ogni immagine c’è un simbolo che ricollega il tutto al mondo razionale. E l’osservatore ha la possibilità di compiere quel varco e di specchiarsi con grandi i maestri della pittura che sapientemente Claudia cita nel paesaggio o nei particolari delle figure. È come se si stesse davanti a una scena di un circo in cui giocolieri, domatori, animali e clown concorrono tutti perché chi guarda abbia a comprendere che il tempo, la vita come la morte non sono altro che fattori necessari perché il calcolo finale possa tornare così come era stato preventivato all’inizio dei tempi. Straordinaria è la capacità di tessere la pellicola pittorica in modo che lo spazio illusorio sia percepibile alla stessa maniera dei sogni. In ogni quadro ci sono oggetti e figure che hanno posizioni diverse nello spazio, ma non c’è la malinconia di Dürer o la teatralità misterica dei metafisici, nei dipinti di Claudia Giraudo tutto è percepibile, sia la figura in primo piano che quella sullo sfondo, quasi che il suo fare arte sia effettivamente il vedere ciò che la ratio di questi tempi ha precluso. Ogni oggetto ha la stessa dignità, la libellula come il rinoceronte, è l’idea che nel particolare, oltre al dettaglio che completa l’opera, possa riflettersi la magnificenza dell’intera opera, l’infinitamente piccolo nell’infinitamente grande. È questa anche un’altra caratteristica del talento assoluto di Claudia Giraudo, la cura pittorica di ogni dettaglio che diviene parte di un cosmo che si rivela nella rivelazione che l’intera opera d’arte rivela. Questa mostra è una sorta di racconto fatto per immagini in fondo il male di quest’epoca non è aver negato la pseudo scientificità delle costellazioni zodiacali e dei pianeti e la loro relazione con il vivere delle creature, ma il non credere più che possa esserci una realtà fatta di sensazioni, sentimenti, ed emozioni che superi la mera materialità di un’economia che rende tutto merce di scambio. Il buio di quest’epoca moderna è l’aver dimenticato il cosmo fantastico della ragione dei sentimenti. Ci siamo armati di razionalismo e di misure, di bilance e di dare e avere, dimenticando il donare e la conoscenza che avviene con la forza dell’empatia. Claudia Giraudo ha quel talento che viene dal cuore che si è maturato con l’esperienza di chi ha ricevuto il dono della creatività e l’ha fatto diventare arte e l’arte è essenzialmente l’espressione più intima di condividere un sentimento. Il fare arte di Claudia Giraudo, altro non è che dare visibilità all’invisibile è la stessa concezione di Paul Klee. Effemeridi non è solo un’esposizione di quadri, ma una sorta di spazio in cui si possono scoprire nuove rotte e nuove mappe. Effemeridi è una maniera per ritornare a respirare del soffio dell’infinito col talento pittorico di Claudia Giraudo, è un ricordare che un tempo ci fu detto che sarebbe stato l’amore che saremmo riusciti ad esprimere in vita a fare la differenza dopo la morte e che la vita non è altro che un viaggio, nei cieli c’è scritta la nostra mappa per ritornare un giorno ciò che eravamo, Angeli.


Il Cerchio e il Circo
dell'Amore, dell'Armonia, del Femminile, dell’Universo

Claudia Giraudo esclude ogni controllo esercitato dalla ragione ed è indubbio che ciò che dipinge è l’essenza vera del funzionamento reale del pensiero, ma i suoi rimandi a iconografie rinascimentali hanno un’armonia precisa come pure i simboli che le sue figure recano con l’aura dell’icona che deve lasciare un monito a chi guarda. Se i surrealisti ispirati da Breton escludevano “ogni preoccupazione estetica o morale”, in Claudia Giraudo questa preoccupazione si risolve in figure che hanno il fascino delle illustrazioni delle favole che prima dell’avvento, su larga scala, dei mezzi di comunicazione di massa hanno permesso che si formasse la coscienza emotiva dell’uomo del XX secolo. Le sue giovani fanciulle hanno lo sguardo di chi sta ricordando fatti e sogni che hanno lasciato l’incanto nella realtà e ora il reale non può tornare quello che era prima. Claudia Giraudo vive l’entusiasmo dell’adolescente perpetuo, e il circo con i suoi spettacoli è lo spazio che permette di esorcizzare il mostro antico che si traveste da Crono e fagocita sogni e speranze e ci regala in cambio la malinconica tunica dei disillusi. Così i suoi giovani diventano personaggi che hanno visto il circo e hanno l’aura di chi è stato emozionato. E non è un’emozione passeggera quella che Giraudo dipinge con un talento assoluto. Gli occhi dimostrano che è rimasto un sentimento che ha coinvolto nel profondo, tant’è che le figure giocano con ninnoli e animali esotici. E non serve sapere se il fenicottero è lì davvero o è invece produzione del sogno della ragazza che lo tiene, ciò che serve è che la realtà sia capovolta e che un mondo nuovo sia dal circo uscito fuori per rendere nuovo questo che viviamo nel reale. Le ragazze di Claudia Giraudo giocano ancora come se nel pensiero tutto possa ricorrere e ritornare, without space neither time. È lo stesso stupore dell’epifania e di chi credeva che a Natale tutto potesse cambiare in meglio, come quando la neve se ne andava e si pensava che potesse lasciare il mondo diverso. Claudia ci viene a raccontare che non è vero che i miracoli non accadono più, è piuttosto l’uomo che smettendo di crederci, ha escluso che certe energie possano intervenire nella realtà empirica. Se il surrealismo necessitava di un pensiero puro scevro da qualsiasi condizionamento derivante dalla ragione, Claudia riscopre la ragione dei sentimenti e la sua pittura si riveste di sogno che nel circo e nella pittura diviene realtà

Maria Stella Rossi

Calligrammes

Se volessimo cercare nelle opere di Claudia Giraudo i segni stilistici ed espressivi chiarificatori della sua poetica dovremmo porre l’attenzione su alcuni elementi tratti dal quotidiano con chiari rimandi a un mondo parallelo dove dominano l’interpretazione dei simboli e la dimensione surreale. Dalla realtà ci arrivano animali, fili e cerchi, e ancora copricapo scenografici che vengono utilizzati dalla pittrice con attenta consapevolezza e con raffinate ed efficaci capacità tecniche. Per entrare nel suo mondo interiore/spirituale è necessario munirsi di chiavi di lettura, di riferimenti culturali e di capacità interpretative. Solo in questo modo scopriamo il variegato accumulo di conoscenze e di pensieri filosofici, psicologici e letterari che arricchiscono e connotano il percorso creativo della Giraudo, che vive l’arte e la interpreta in maniera personalissima e intensamente coinvolgente. Allora due sono i piani di lettura che ci offrono i suoi quadri, il primo più immediato fatto di emozioni e di intrecci sensoriali, il secondo più impegnativo e profondo perché coinvolge il pensiero speculativo e la ricerca dei messaggi che la pittrice elargisce e dissemina nelle sue opere in attesa di chi li coglierà e li svelerà. Alla domanda che la Giraudo si pone sul senso della pittura ai nostri tempi, quando tutto sembra già esplorato e detto, rispondono le sue stesse opere che cercano e realizzano una necessità atavica di esprimere l’insondabile e chiarire l’urgenza interiore di lasciare/tracciare segni che colgano anche l’atto di sintesi soggettiva. Ecco, per Claudia Giraudo l’artista ha un ruolo ben delineato: è un precursore, un visionario che indica una possibile strada di conoscenza. Ai personaggi delle sue tele affida messaggi, pensieri e sogni che mettono in contatto il mondo interiore con quello esterno; sono essi i portavoce delle continue interferenze fra i dualismi, anima/corpo, realtà/sogno, che segnano e determinano l’esistenza umana. Ancora una dualità viene indicata già nel titolo che dà il nome alla mostra; nel termine Calligrammes, tratto dalla raccolta poetica di un letterato cubista qual è stato Guillaume Apollinaire, la pittrice trova la metafora di cui servirsi per delineare una immediata collocazione culturale delle opere. Ebbene, i calligrammi rappresentano una figura riconoscibile ma anche una poesia, Claudia Giraudo senza usare le parole unisce in maniera imprescindibile segno e messaggi. E così gli animali, che nelle precedenti produzioni erano dipinti come elementi decorativi, diventano gli interpereti eletti alla pari dei personaggi umani. Essi sono i daimon ovvero animali rivelatori delle qualità nascoste dell’anima che accompagnano e interagiscono con la vita dell’uomo, innocenti trait d’union fra realtà e sogno, compagni armonici e silenziosi in perfetta sintonia con le figure adolescenziali ricorrenti e scelte dalla Giraudo per significare la sua ricerca di purezza, di freschezza dell’anima e del corpo. Gli adolescenti ritratti sono presenze innocenti e nello stesso tempo creature dallo sguardo a volte capriccioso altre volte sognante e velatamente malinconico tutte protese verso il possibile e non verso ciò che è irrimediabilmente accaduto. E’ un indagare/soffermarsi quasi ai limiti dell’ossessione su queste figure in evoluzione, nell’attimo prima delle scelte, ancor prima della stessa probabile corruzione che potrà toccare quei volti e quegli sguardi. Ma la presenza dei daimon-animali, sempre in stretta rispondenza con i personaggi umani ritratti, possono diventare numi tutelari, guide sagge che indirizzino l’animo verso la propria specifica vocazione, per realizzare il proprio progetto di vita in questo mondo e in questo unico viaggio concessoci. I riferimenti alla psicologia detta archetipica, il cui maestro è James Hillman, sono chiari rivelatori di un pensiero che scandaglia l’anima e ne cerca l’essenza. Allora il daimon lo potremmo chiamare anche vocazione, carattere, destino che ogni essere umano è chiamato a realizzare pienamente. Il quadro chiave dell’intera esposizione, come un perno intorno al quale girano tutti gli altri, è Fanciulla con iguana, opera che sintetizza la maturità stilistica della Giraudo per la notevole costruzione tecnica e la riuscita espressività. Queste doti si materializzano sulla tela per il tramite dello sguardo di un’adolescente androgina, che ostenta un magnifico copricapo a punta, aperto a corolla sul capo, e di un’iguana meraviglioso daimon dagli occhi suadenti al pari di quelli della fanciulla. L’accostamento fra le due creature, quella animale e quella umana, è calibrato, armonico, fortemente espressivo. Vi ritroviamo i temi cari alla pittrice e nello stesso tempo un loro ulteriore approfondimento. Senza usare alcun segno rivelatore di tempo e di luoghi, tutto è sospeso, decontestualizzato, un immaginario fumo di seppia confonde le idee di chi guarda e tutto è voluto dalla mano e dal pensiero dell’artista che desidera portarci in un mondo fuori dal tempo. I copricapo, accessori preziosi e insoliti calzati dai personaggi dipinti, sono parte di un rituale adoperato per chi viene insignito di un incarico. Quando si diventa messaggeri scelti e interpreti di suggestioni oniriche tutto può diventare metaforico ed ecco allora le atmosfere circensi dare il loro tocco fatato e ludico. Personaggi e simboli quali l’hula hoop - o cerchio che si voglia - interpretano il gioco della vita per analogie e assonanze. Trampoli, elefanti e pesci addobbati da Arlecchini che si mostrano dalla tela solo in parte, come se emergessero da mondi invisibili, e ancora i travestimenti, che sono la divisa inoffensiva scelta dai personaggi del circo, ci portano in un mondo immaginifico e nello stesso tempo vero in una commistione che fa incontrare anime e mondi lontani. Sono stralci di lettere, che decorano alcuni quadri, i segnali usati per avvicinare il tempo del passato al presente e confermare quella sua ciclicità che scorre fluida. E allora il cerchio è la simbologia scelta per significare ciò che non ha inizio né fine, una sorta di partenza atavica del tutto, mentre i fili sorretti da mani o da becchi e zampe di uccelli o che sostengono tartarughe o altri animali sono il chiaro riferimento al legame che lega le situazioni, le storie, gli esseri umani e il mondo degli animali tutti interconnessi e chiamati a interpretare la danza della vita. Allora la pittura diviene emozione ed espressione di input sublimali perché è proprio l’emozione che può toccare l’anima e farla vibrare e in questo processo in cui si conferma la frase che “le risposte estetiche sono risposte morali”si pone il ruolo dell’artista che con il suo lavoro non innesca un’emozione fine a se stessa ma un processo di riflessione che sprigiona un’energia fiduciosa come motore contrario e opposto alle situazioni spesso contraddittorie e nichiliste di oggi. Come non emozionarsi e non soffermarsi a cercare significati reconditi di fronte al quadro Ragazza con camaleonte! C’è amabile sintonia tra la fanciulla e il rettile, considerato sempre poco aggraziato, la pittrice, invece, lo ritrae in un atteggiamento di grazia leggera mentre pone la zampa sulla spalla della figura femminile con cappello ad elmetto, azzurro e alato. Improbabili elefanti, pesci e poi fenicotteri che rimandano a simmetrie e a intese interiori, sguardi che bucano la scena ritratta - e non sai qual è più espressivo quello umano o quello dell’animale -, cura dei dettagli, come nell’opera Le marionette dove ogni minima pennellata è stata studiata a cominciare dal tendaggio che ci fa pensare ai drappeggi amati da Jan Vermeer, e ancora la rappresentazione della luce che accende di vita volti e fondali costituiscono un mix che anima un universo alla ricerca dell’equilibrio che come un filo sottile divide ciò che è da ciò che potrebbe essere o accadere. Ci piace concludere questo soffermarci sulla produzione attuale della Giraudo con un’opera che elegge a personaggio un procione. L’armonia della costruzione di linee curve e di masse di colore, l’espressività dell’animale, ritratto con la piccola zampa che poggia teneramente sulla fronte di un ragazzo biondo, donano all’opera Fanciullo con procione un’atmosfera di attesa, di stupore,di scoperta che cattura e innesca i pensieri. E così l’arte di Claudia Giraudo trova il suo canale espressivo e fruibile in un rapporto vicendevole tra chi dipinge e chi osserva. Il quadro diviene veramente tale nell’attimo stesso in cui riceve il battesimo dello sguardo come un libro che si completa pienamente solo con la lettura. E sono ancora gli sguardi, dipinti in maniera così attrattiva ed emozionale, a indicarci la scia di possibili traiettorie e scelte.

Chiara Manganelli

IL DAIMON MENTORE DEL FUOCO DELL’ANIMA

“Quando tutte le anime si furon scelte le vite, nell’ordine del sorteggio si avviarono a Lachesi; e questa a ciascuno dava a compagno il demone che si era scelto, quale custode della vita e adempitore della sorte prescelta. Il quale, innanzitutto, conduceva l’anima da Cloto, a far confermare, sotto la mano di lei e il volgersi del giro del fuso, il destino che nel sorteggio quegli si era prescelto; e toccata questa, lo conduceva poi al filo di Atropo per fare immutabile il destino una volta filato; di qui, senza voltarsi, andava ai piedi del trono di Ananke, e passato attraverso quello e passati anche gli altri, tutti insieme si erano avviati alla pianura del Lete, attraverso una terribile calura e arsura, chè quel piano era privo di alberi e di vegetazione della terra. Fatta già sera, essi si erano attendati presso il fiume Amelete, la cui acqua nessun recipiente è buono a contenere. Tutti dovevan per forza bere una certa misura di quell’acqua, ma quelli non preservati da prudenza ne bevevano più della misura, e chi man mano vi beveva si scordava tutto. Messisi a dormire e fatta mezzanotte, scoppiò un tuono e un terremoto, e di là d’un tratto furon, chi qua e chi là, trascinati su alla nascita, filando veloci come stelle cadenti. Lui, Er, era stato impedito dal bere dell’acqua; e in che modo e come fosse giunto al corpo non sapeva, ma d’un tratto, riaperti gli occhi, si era visto al mattino giacente sopra la pira. E così, o Glaucone, questo mito si è salvato e non è perito, e potrà salvare anche noi, se gli crediamo; e noi passeremo felicemente il Lete e non saremo contaminati nell’anima. Ma se a me vorremo dar retta, ritenendo l’anima immortale e capace di reggere a tutti i mali e a tutti i beni, ci atterremo sempre alla via che va in alto e praticheremo in ogni modo giustizia con saggezza, sì da esser cari a noi stessi e agli Dei finchè restiamo qui in terra, e dopo, che ne avrem riportato i premi che i vincitori raccolgono, e da trovarci bene sia qui, sia nel viaggio millenario di cui abbiamo discorso.”
Platone, La Repubblica, X, 620-621


Nelle opere di Claudia Giraudo crepita, tra bianchi spazi siderali, un fuoco primitivo e primordiale che, attraverso incessanti metamorfosi e intrepide combinazioni di materia e colore, si trasforma in eidos (forma) raffinata, potente, preziosa, ammiccante e pregnante. Questa forma suggella e custodisce segreti ancestrali, incarna l’idea di se stessi, è “la causa per cui un ente possiede una certa proprietà” (Aristotele), e rappresenta un principio "CLAUDIA GIRAUDO IL DAIMON MENTORE DEL FUOCO DELL’ANIMA" di Chiara Manganelli attivo di distinzione dell’essenza con forti attributi ermeneutici oltre che estetici. Essa è un’immagine fondamentale, perfetta (cioè compiuta, secondo l’etimologia latina del termine), che va al di là della precarietà e della dimensione spaziotemporale, perché è. “Io non mi evolvo, io sono” affermò Pablo Picasso. Ed è proprio questo concetto che si percepisce osservando i dipinti della pittrice torinese: le figure trasognanti e impalpabili che popolano e abitano le sue tele sono latori eterei, diafani ed evanescenti, dotati di una potenza incisiva e comunicativa sorprendente, proprio perché sono, perché dimorano in una dimensione fluttuante, irreale e onirica, in uno spazio sospeso, dove non esiste il doloroso e tumultuoso fluire della vita terrena, ma tutto è, e nulla, dunque, (si) succede e si attende. I volti raffigurati nelle tele della Giraudo sono “stelle di neutroni” dense all’ennesima potenza, carichi di incommensurabile energia; in essi tempo e spazio collassano e implodono, e sfuma la tagliente, ineluttabile e inesorabile linearità dell’esistenza. Accanto a questi volti appaiono, come alter ego, piccoli animali che fungono da spirito guida: sono i daimon, manifestazioni dell’anima nell’universo fisico, che accompagnano l’individuo nelle sue peregrinazioni terrene, proteggendolo e guidandolo alla ricerca della sua essenza più intima e profonda, della sua vis ontologica, restituendo un costrutto semantico all’apparente casualità caotica della vita umana. Il daimon incarna ciò che in noi è ineludibile e ineffabile, è un emblema teleologico che elargisce significanza, identità, unicità e potere all’individuo. E’ un principio vitale che compare in molte antiche culture del nostro passato. E’ un essere che appartiene alla sfera del mito, che scompagina la sistematicità della nostra esistenza e graffia la superficie delle cose per svelarne il senso recondito. L’albero della Cabala della tradizione mistica ebraica affonda le proprie radici nel cielo: così la nostra anima, che, restia a calarsi e immergersi nel mondo contingente, viene aiutata, in questo difficile processo, dal suo daimon. Ogni essere, per ananke (necessità), ha un percorso da compiere dove “tutti gli eventi formano un’unità e sono per così dire intessuti insieme” (Plotino), e sceglie un paradeigma, cioè un modello, un’immagine di vita. A ogni anima, secondo il mito platonico, Lachesi affiancava un daimon, “perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino da lei scelto”.
Nelle sue tele la pittrice torinese non intende compiere un’indagine sul volto umano rifacendosi alla tradizione della Fisiognomica classica, che vede i primi albori in Leonardo da Vinci, per poi giungere alle distorsioni aberranti della frenologia del XIX secolo. Non vi è, dunque, l’intenzione di perlustrare i tratti somatici di un individuo per sottolinearne le peculiarità psicologiche e sociali, ma, invece, si vuole elevare l’essere umano a simbolo di perfezione e Bellezza, decontestualizzandolo dal mondo fenomenico a cui appartiene. Le sue opere, ricche di elementi che rimandano al Realismo magico, non raffigurano delle persone immerse nel loro scenario contingente, ma dei messaggeri - spesso bambini - che, con la loro purezza di esseri divini, stabiliscono una connessione tra il mondo dello spirito e il mondo della materia. Qui l’immagine si trasforma in icona, e il ritratto diviene simbolo di significati nascosti che vanno oltre l’immanenza. Perché solo superando la propria dimensione soggettiva l’individuo può esperire forme di sé più segrete, alte, imprevedibili e stupefacenti. Il travestimento assume, quindi, una funzione di nobilitazione, è uno stratagemma per impreziosire l’essere umano e al contempo spogliarlo dei propri abiti consueti, affinché possa scardinare le categorizzazioni soffocanti e spezzare gli schemi limitanti del proprio Io, e accedere così al proprio nucleo essenziale originario. E’ importante comprendere che, nel momento in cui viene spogliato o abbigliato con vesti di diversa foggia, l’individuo trascende se stesso, e in questo modo varca i propri confini materiali, supera le dicotomie, i conflitti, la separatezza tra sé e l’Universo, per giungere a una dimensione superiore, ritrovando nell’Unità e nella Totalità la propria natura più profonda. Claudia Giraudo porta questi concetti sulla tela attraverso un uso poderoso del colore bianco e di toni chiari, di giochi di luci soffuse e ombre delicate, e mediante sfondi materici e informali, che richiamano l’idea dell’indifferenziazione primordiale. Su questi sfondi talvolta appaiono collage di lettere, che sono delle tracce, dei segni del nostro passaggio nel mondo tangibile, per ricordarci che è possibile trascendere noi stessi solo riconoscendoci, partendo dal nostro “destino” e dalla nostra storia, orma indelebile che lasciamo in eredità ai posteri. E srotolando e dipanando la linea temporale delle altrui esistenze, possiamo trovare il bandolo della nostra, sciogliere i nodi interiori che ci intralciano, comprendere chi siamo e da dove veniamo, e sentire l’appartenenza atavica e profonda a un unico percorso universale, che è quello dell’Uomo.

“Nell’evoluzione di tutti gli artisti, il germe delle opere successive è sempre contenuto nelle prime. Il nucleo intorno al quale l’intelletto dell’artista costruisce la propria opera è il suo Io. L’unica influenza che io abbia mai avuto sono io stesso.”
E. Hopper

“Prima ancora della ragione vi è il movimento vòlto all’interno che tende verso ciò che è proprio.”
Plotino, Enneadi, III, 4.6


IL GIOCO DI TUTTI GLI “IO” POSSIBILI

Claudia Giraudo lavora presso l’atelier d’arte “Bottega Indaco” di Torino.
La sua ricerca artistica tende a decontestualizzare l’individuo al fine di arricchirlo e conferirgli una dimensione di giocosa ed elegante atemporalità. Parteciperà alla mostra collettiva “Il volto, incarnazione del Sogno” (Alassio, 30 agosto - 28 settembre 2008) con alcuni quadri che esprimono il desiderio di trascendere se stessi per addentrarsi in altre identità possibili. Qui di seguito una breve intervista con l’artista.

1. Che cos’è il Sogno e che origini ha?
Il Sogno è un’esperienza alchemica atemporale che nasce dai nostri desideri più intimi, e che permette a un individuo di esprimere pienamente se stesso, sperimentando una condizione in cui tutto è possibile. E’ un percorso eterico unico e irripetibile che si materializza attraverso i sensi.

2. Qual è il rapporto tra Sogno e Realtà? E l’arte, in questo binomio, dove si colloca?
Sogno e Realtà viaggiano su due binari paralleli che ogni tanto si intersecano. Il Sogno si colloca su un piano astratto, la Realtà invece su un piano materiale, e noi viviamo altalenando da uno all’altro. La pittura consente, attraverso la manipolazione della materia, di trasformare il Sogno dell’artista in Realtà, secondo la forma che egli ha scelto di conferirgli, per poi ritornare, in virtù di uno spettatore che lo assorbe e lo trasforma, nuovamente astrazione.

3. La tua arte che cosa intende rappresentare e comunicare?
Desidero dare agli altri la possibilità di vivere il loro Sogno attraverso il mio. Grazie a questo processo il Sogno diviene libertà incondizionata e comunicazione universale: ogni Sogno ne genera un altro, all’infinito. Mi affascina l’idea che le mie opere possano essere interpretate secondo innumerevoli e imprevedibili combinazioni, creando spunti nuovi. La mia pittura rappresenta personaggi che trascendono la dimensione spazio-temporale per diventare figure simboliche che rispecchiano tutti gli “Io” possibili che albergano dentro di noi. E in virtù di queste metamorfosi il nostro spirito si evolve, cresce e si espande.


LE SUGGESTIONI TEATRANTI DELLA PITTURA DI CLAUDIA GIRAUDO

La pittura di Claudia Giraudo è un gioco mutevole, avvolgente e ammiccante, denso di simboli e significati sottesi. Un gioco che corteggia l'anima, che la sviscera, la ricalca, la scompone e la ricompone, arricchendola di arabeschi semantici sorprendenti, dove la persona (nel senso latino del termine) diviene davvero maschera, ma una maschera che, paradossalmente, anziché nascondere, svela l'essenza dell'essere ed esalta la Bellezza assopita dentro ognuno di noi. I volti che Giraudo raffigura sono reali, rappresentano esseri che vivono intorno a noi e che, per un alchemico sortilegio, si trasformano in personaggi, in drammaturghi e attori di se stessi. Grazie a un'accurata e doviziosa ricerca tecnica e cromatica, Giraudo plasma temerarie metamorfosi in cui il soggetto, pur rimanendo sempre se stesso, perlustra le proprie infinite identità. Così l'uomo immanente diventa trascendente, emblema di simboli universali, oltre il tempo e lo spazio. La connotazione storica non intende contestualizzare l'individuo in un'epoca diversa dalla propria, bensì enfatizza la sua dimensione atemporale ed estetica, per elargire al soggetto unicità, solennità e dignità. L'estetica atemporale, quindi, non è concepita come puro esercizio di virtuosismo autoreferenziale, ma diventa strumento per attingere alle proprie radici ontologiche ancestrali. Attraverso la realtà fenomenologica si scandaglia ben altro; si giunge al “mondo delle idee”, al “mitico Empireo” dove esiste non più “qualcosa di bello”, ma l'idea della Bellezza stessa, ovvero ciò che riconduce il molteplice all'unità, come direbbe Platone. Il soggetto rappresentato nelle opere di Claudia Giraudo è un “referente sinottico dell'opera omnia”. L'opera omnia, in questo caso, è la poliedrica versatilità dell'animo umano. L'apparente ossimoro si scioglie, perché Claudia Giraudo compie un passo ancora oltre: molteplicità e unità non sono due concetti antitetici, anzi, si intersecano e convergono, e, per un audace parossismo, divengono un'unica entità, quasi un surreale e ironico palindromo. Il soggetto raffigurato nelle opere di Claudia Giraudo è complice di una emblematica metamorfosi che si compie talvolta attraverso un intrigante “rito di vestizione”, impiegando collage di preziosi tessuti, talvolta, invece, grazie al processo opposto, spogliando il personaggio dei suoi abiti per mettere in risalto la sua nudità. Nella sua più recente produzione, possiamo ammirare nuovi simbolismi e nuove sfaccettature concettuali, che ci portano a esplorare un senso escatologico profondo e sottile, reso attraverso lucenti sfondi bianchi, l'alternarsi di “vuoto” e “pieno”, e un uso del colore che si fa a tratti materico, a tratti diafano e impalpabile.
Le tele di Giraudo sono popolate da eterici bambini che stringono tra le mani dei gigli, simboli di eterna purezza, appesi a un filo, come a sottolineare l'ineludibile precarietà della vita umana. Questi bambini ci appaiono nella loro essenza più atavica, come candidi e delicati messaggeri sospesi in un limbo atemporale ed evanescente, e sembrano trasmetterci e infonderci fiducia, gioia e consapevolezza, nonostante la loro apparenza di teneri e giovani fanciulli. Essi sono i luminosi e sapienti custodi del meraviglioso segreto della vita.

Francesca Bogliolo

Oltre il confine: la ricerca poetica del connubio artistico Giraudo-Cardona

Il protagonista di un racconto di Buzzati, partito in compagnia di sette messaggeri per conoscere i limiti del suo regno, si spinge così lontano da non rivederlo, e da morire in attesa di un messaggero che non tornerà. Mentre si addentra lungo il percorso del viaggio, l’uomo matura la convinzione che non esistano veri confini, e che se esistono, non siano gli stessi che gli uomini definiscono tali. Con il passare dei giorni, l’uomo si persuade di non essere destinato a raggiungere nessuna meta, e affida i suoi pensieri, racchiusi in lettere, nelle mani di fidi messaggeri, che ne conservano intatti valore e significato. Di fronte alle opere di Claudia Giraudo e Giulio Cardona si ha l’impressione estraniante di trovarsi davanti ad uno di questi zelanti messaggeri, in corsa verso casa, verso un padrone in spasmodica attesa, verso di noi. Ambientata in una dimensione che non ha spazio né tempo, come quella di un racconto, l’opera di questi due artisti si presenta come una metafora della ricerca continua che ogni uomo compie, più o meno consapevolmente, ogni giorno della vita, per giungere alla propria meta. Al centro dell’impianto compositivo vi è una bellezza eterea, irraggiungibile, sospesa, esposta agli occhi di tutti eppure a tratti inafferrabile, come un volo, una corsa contro il tempo e lo spazio. Sembra che il destino abbia creato un legame tra la fotografia di Giulio Cardona e la pittura di Claudia Giraudo per lasciare intuire agli spettatori quanta creatività possa nascere da un incontro casuale che per entrambi pare ora essere mutato in una svolta nel rispettivo percorso artistico. Il realismo pittorico dalle imperfezioni ricercate del fotografo si fonde con l’oggettivismo fotografico ricreato sulla tela dalla pittrice, dando luogo ad un incanto formale che comunica suggestioni di intenso lirismo. Le figure come i pensieri paiono seguirci, in un incessante ed incalzante spostamento, un volo leggero che non è altro che il superamento dei confini della nostra immaginazione, libera da schemi preconcetti. Con la bellezza e la leggerezza delle figure mitologiche, i personaggi alati, messaggeri e ladri come Ermes, rapiscono gli occhi di chi li osserva, e lo costringono a chiedersi se la pittura sia fotografia o la fotografia pittura, e quanto di vero ci sia nell’una o piuttosto nell’altra. Si ha l’impressione che queste opere svelino e conservino contenuti significativi, ricordi di istanti riflessi nella memoria. Non sono soltanto l’abile inserto di lettere antiche scritte da eleganti grafie di sconosciuti, o l’affannata attenzione al particolare a farci sospettare che dietro queste opere si celino significati profondi e cari ad entrambi gli artisti: queste immagini sembrano racchiudere una speranza nuova, un’attesa insolita di ignoto che è la stessa che guida, ogni giorno, Giraudo e Cardona nella ricerca artistica. Figure familiari, esse suggeriscono quanto la meraviglia si nasconda nella quotidianità, di come basti alzare gli occhi per riconoscere un messaggio che ci viene portato da qualcuno che sa già che questo è dentro di noi, di come si debba solo fermarsi ed ascoltare, appesi a un filo, ad un battito d’ali, ad un incontro, ad un silenzio in una sala, davanti ad un’opera d’arte.

Nicola Davide Angerame

IL SOGNO RITRATTO

Il lavoro di Claudia Giraudo presenta una ricerca pittorica che tratta il colore e la pennellata come strumenti di reinvenzione del volto e come appropriazione artistica di un dato reale, rappresentato dalle persone ritratte. La scelta di usare il rosso e comporre opere quasi monocromatiche, con pochi cenni di azzurro negli occhi, come nel dipinto intitolato Sangue blu, richiama l’attenzione sullo sguardo del soggetto, la sua capacità di comunicare una divagazione interiore dentro il labirinto del pensiero o della fantasia. Sempre presenti, alcuni elementi decorativi sono studiati per nobilitare il volto sognante di una giovane donna usando delle sfere ricoperte di tessuto damascato. Queste ricorrono anche in altri ritratti fungendo quasi come elementi catalizzatori di una eleganza in pittura che non rifiuta una certa violenza d’approccio nei confronti del volto, nella convinzione che l’impatto sensoriale possa scardinare le porte del senso, trasformando così una figura in una presenza, e una presenza in un sogno, una visione, un miraggio. L’immagine si concretizza e nello stesso tempo svanisce grazie al peso del rosso, un rosso impastato, poco propenso a lasciar fuggire la luce, ma anzi teso ad assorbirne in quantità, come a volere inghiottire il lume razionale che rischiara i dati della coscienza, per introdurre la mente in una dimensione diversa, alternativa. La dimensione di un pittura insoddisfatta del reale, dei suoi colori e delle sue luci, ma anche delle espressioni che assume su di noi, nei nostri sguardi e sorrisi.

Emilio Gargioni

MISTERO E MAGIA

M come mistero, M come magia: mistero e magia sono le componenti che caratterizzano il lavoro dei due artisti che presentiamo in questa mostra. Un uomo e una donna; un francese e un'italiana. Entrambi con un curriculum surreale di tutto rispetto; entrambi con qualità tecniche eccellenti e con una capacità unica di interpretare misteriosamente e magicamente i soggetti ed i personaggi scelti per le loro opere. Il nucleo principale dei quadri di Claudia Giraudo è dedicato alla interpretazione dei segni zodiacali o meglio, alla loro rivisitazione in chiave simbolica ed onirica: un incantevole "divertissement" condito da citazioni e riferimenti ai grandi maestri del passato, dove ogni figura, nella sua composizione a trompe l'oeil , sprigiona un alone di mistero, quasi pregustando lo smarrimento che provoca in chi guarda, e divertendosi a prenderci in giro....Non manca neppure il tocco grottesco, a rendere ancor più indecifrabili queste figure che - messe insieme - potrebbero rappresentare il Grande Circo Zodiacale. La pittrice ha voluto realizzare una piccola/grande galleria di personaggi incontrati in sogno, dopo aver dialogato a lungo con le stelle...Si resta incantati ad esaminare i particolari ed i dettagli di questi dodici ritratti di altrettanti "viaggiatori nel cielo". Si ammira la pennellata morbida negli sfondi di sapore antico; si tenta di individuare - nei simboli di ogni quadro - un possibile riferimento alle costellazioni che ci riguardano. Loro, i dodici protagonisti, ci osservano silenziosi, chiusi nel loro simbolismo, fieri del loro mistero. Nelle tele di Marc Davet si respira magia ovunque: nelle figure, singole o in gruppo, nelle scene, nelle atmosfere. I colori bruni e rossi predominano, sempre con tonalità scure, e contribuiscono a diffondere una sensazione di incantamento e di oscuri presagi. Si scoprono così personaggi che narrano le loro storie, sotto forma di sortilegi, descritte con eccellente abilità dalla mano raffinata dell'artista. Si ha l'impressione di partecipare alla rappresentazione di una pièce teatrale, dove ogni attore recita una parte che gli è stata affidata da un incantesimo. Ritroviamo, in questa inverosimile galleria di personaggi, animali che interagiscono con gli uomini, che si sostituiscono agli umani, diventando i veri protagonisti di un magico rituale. Ci si incanta (vedi la potenza della magia?) di fronte ad una figura la cui testa è fatta soltanto da due grandi e rosse labbra, accompagnata da due donne-gnomo con cappelli e vestiti di altri mondi; ad un asino giullare e illusionista con maschera di cuoio come il boia sulla ghigliottina; a donne-uccello e ad uccelli-donna, rinoceronti che sognano addormentati, trasportati da palloni di stoffa, figure femminili scarmigliate, che inseguono un asino o che leggono il futuro vestite di un tutù fatto di grandi carte da gioco, una fila indiana di donne con copricapi e turbanti bizzarri e stravaganti, che accompagnano un pescatore al ritorno dal mare...fino ad arrivare, naturalmente, alla figura di un mago con un rosso cappello a due punte che tiene al guinzaglio un testa di bue.... Marc Davet è il mago che sa trasformare la realtà in fascinoso incanto e, di fronte alle sue opere, i ricordi - forse - tornano indietro negli anni e ci riportano ad un periodo della nostra vita in cui le fiabe e i racconti erano il succo ed il nutrimento per la nostra fantasia di bambini.

Anna Soricaro

ORDINE AL CAOS

Claudia Giraudo ha una mano alla stregua di grandi maestri moderni; una figurazione chiara e definita in ogni dettaglio diviene mezzo per trattare singolarmente di un progetto di mappe astrali, audacemente interpretato per determinare la qualità dell’essere. Finestre su un altro mondo individuano figure e animali che, seppure identificabili, sono alterate rappresentazioni di segni zodiacali che rendono possibile l’impossibile. Un’arguzia mentale inquadra una ricerca moderna, ma non solo, la precisione pittorica insieme ai colori fervidi chiariscono un’arte avulsa dal contesto contemporaneo, estrapolata dal passato e posta in un divenire continuo. Stravolgendo l’iconografia classica la Giraudo si avvale della propria sapienza artistica per inquadrare grandemente simboli ed individui che, a primo acchito, appaiono tipici soggetti accademici, talvolta in posa liberty con qualche concessione a decorazioni floreali e capigliature cespugliose, invece c’è ben altro, c’è la potenzialità di una grandezza artistica in continua evoluzione, dalla tecnica prodigiosa che crea un’arte spontanea, frutto di istinto sino ad un’arte che va oltre il tempo, la storia e la convenzione. Questi personaggi che abitano oltre le porte del reale, sono chimerici, irreali, essenze universali rivestite di sembianze umane che, pur non essendo reali, sembrano condividerne i bisogni e perseverare in un grandezza artistica pregevole.

Sandra Salvato

Muse terrene si rivelano alla galleria gagliardi di san gimignano

Curioso. Alla Galleria Gagliardi di San Gimignano, punto di riferimento ventennale della scena artistica contemporanea, si è appena inaugurata una mostra, Muse, curata da Alberto D’Atanasio (fino al 21 Aprile) che pare il continuum naturale di un percorso contemporaneo già avviato da altre realtà artistiche e museali. Prendiamo la contestuale Un’idea di bellezza presso il CCCS di Firenze, il raffinato estetismo di Galliani a Reggio Emilia, il perfettismo pittorico di Tiziano alle Scuderie del Quirinale, l’articolazione formale del confronto italo-giapponese a Palazzo Cordellina, il racconto emozionale delle sette artiste nel leccese, la lavorazione morbida e ricca del Rinascimento alla sua prima primavera a Palazzo Strozzi; tutto ci parla di bellezza, della necessità di rintracciarla in un gesto, un materiale, un’ispirazione. Curatori, galleristi, artisti, sono alla ricerca di quel potere affabulante che li costringa a narrare gli eventi dal punto di vista migliore. Così Stefano Gagliardi ha guardato nella direzione che gli è parsa la più esemplificativa – non per questo banale – del concetto di bellezza, di purezza e incanto dello sguardo. Ha aperto le porte all’universo femminile, terreno articolato e in continua espansione, zona creativa dove trattenere e amplificare ogni singola percezione. La Galleria, baluardo contemporaneo a difesa di un sentire antico, orchestra ben quindici artiste accostando scultura, pittura e fotografia in un gioco di rimandi e allusioni, umorismi e precipizi dell’inconscio. Annalù, Marica Fasoli, Claudia Giraudo, Cristina Lotti, Claudia Leporatti, Ilaria Margutti, Stefania Orrù, Marta Pachòn, Dorian Rex, Roberta Serenari, Tina Sgrò, Emila Sirakova, Paola Staccioli, Roberta Ubaldi, Cristina Volpi, sono moderne Muse dal grande potere seduttivo. La nudità è rivelazione e accettazione al contempo, definisce la leggerezza che solleva la donna da condizioni imposte o manifesti estetici massificanti. Quella della Giraudo – Il cielo coperto ora ricama, olio su tela 100X100 - è immediatamente concupiscibile, le sue forme si proporzionano alla fierezza e mostrano come lo sguardo debba essere morale, giacché si tratta di un ambito interiore che s’impone su quello esteriore spazzando via ogni convezione. Divertente – e ci dicono del tutto casuale – anche l’accostamento con la statuetta di arenaria vecchia di diecimila anni conosciuta con il nome di Venere di Willendorf. Bellezze a confronto nella distanza siderale, primitivo e contemporaneo si connettono nel nome di un sodalizio di pensiero: l’estetica si appaga nella corporeità, nella rispondenza tra volumi interiori ed esteriori che creano la forma perfetta; sono Veneri corazzate di energie positive e debordanti. Impossibile separare il momento creativo da quello esistenziale, così le autrici sintetizzano nell’opera il proprio vissuto, emotivizzano la conoscenza che hanno del mondo e plasmano la materia, fosse anche virtuale, in modo da rendere l’arte stessa una lente d’ingrandimento che indirizza la ricerca. In questo senso può accadere che il rapporto vivo e diretto con le sostanze utilizzate dalle autrici inducano a considerare in ugual misura l’arte – nel suo risultato finale - e la tecnica da questa introiettata.

Stefano Gagliardi

LE MUSE

Nell’antica Grecia le Muse, nove divinità figlie di Zeus (Dio della Sapienza) e di Mnemosine (Dea della Memoria), si manifestavano agli uomini sotto la protezione e l’ispirazione di Apollo, Dio della Bellezza. Le Muse rappresentavano la perfezione di tutte le Arti ed il dominio della Conoscenza. Fin dall’antichità il sublime non poteva manifestarsi se non con sapienza filtrata dalla memoria e riconciliata nella bellezza; grazie a ciò, le Muse erano le sole divinità capaci di raggiungere le massime espresioni della divina perfezione e dell’assoluta verità. Le Muse erano entità femminili e, non a caso, ancora oggi l’arte al femminile sembra non rinunciare all’esercizio della memoria, dell’annotazione, della scansione temporale del vissuto, nel mistero degli accadimenti e nel segno dei sentimenti. In molte delle opere presenti nella mostra, la memoria diventa quella materia, altra ed invisibile, capace di far riaffiorare pensieri, immagini, emozioni, identità mai perdute, solo semplicemente in attesa di essere richiamate da dimore lontane. Per le Artiste invitate, senza eccezione, la verità della loro arte, si manifesta nell’evolversi dello sguardo interiore, intento a decodificare e rifondare il proprio assetto esistenziale: lo sguardo dentro o, comunque, mai inutilmente altrove. E’ lo sguardo di colei che non si spaventa di fronte al mistero come in silente accettazione e consapevolezza di farne parte. Quando questo mistero si svela, ogni cosa si ricompone nel divino della bellezza, nell’incanto lieve che ogni verità porta con sé. Spesso la metamorfosi si compie: la dea si manifesta e la donna, essa stessa, diventa Musa in grado di far intravedere scenari d’inedita bellezza. Roberta Ubaldi, Dorian Rex e Stefania Orrù sono accumunate dallo stesso sforzo di rappresentare l’intima essenza della donna: loro guida la Memoria, quella forma di pre-conoscenza che aiuta, la prima, a riconoscere la forma nell’attimo stesso che la figura emerge e, nell’alchemico uso di acidi e solventi, la metamorfosi fisica ed ancestrale si compie. Per Dorian Rex invece la memoria custodisce profondità dell’essere pervase dal mistero del perenne divenire: dimensioni dell’anima da decodficare e da ricomporre con potenza digitale e lirismo interpretativo. In Stefania Orrù la memoria è invece l’amica narrante, disponibile al suo richiamo di belllezza e mistero: lei traduce per noi e dipinge velando l’incanto. Quando la memoria si scontra con il disagio esistenziale, quando nel viaggio intrapreso, l’orizzonte resta immobile, l’artista si ferma e reclama tempo per dare, alla memoria di sé, il senso di una rinnovata consapevolezza. Ilaria Margutti persegue la bellezza di un corpo riconciliato dalle ossa alla pelle, dal midollo al cuore. Nel tempo lento del ricamo, Ilaria, opera per la ricomposizione della propria pelle come femminile metafora di un’identità curata e rinnovata. Anche Cristina Volpi ricorre alla natura femminile del ricamo ma sceglie le tessiture oniriche della propria psiche inquieta: nelle sue opere, ordine e caos convivono in trame di possibili convivenze. L’esplorazione dello sguardo interiore delle nostre Artiste, nel caso di Roberta Serenari, raggiunge il tempo dell’infanzia ed il mistero dell’innocenza: nostalgia di un Eden perduto, memoria, disagio. Per Tina Sgrò la memoria del proprio vissuto si alimenta di quello altrui: narrazioni, scene di ambienti vissuti da altri, dove oggetti, mobili ed arredi sembrano rassicuranti condivisioni d’identità emozionanti e vicine. Le Muse cantano il mistero ed incorraggiano l’uomo all’immaginazione, a sconfiggere la paura con il sorriso e la poesia: Claudia Giraudo propone scene circensi dove le gabbie della memoria si aprono al surreale e l’immagine fantastica diventa sogno favolistico e liberatorio. La Memoria, in Annalù diventa consapevole riflessione sulla materia e spiritualità delle cose, meditazione attenta sulla natura che genera la vita ed incantato stupore di fronte alla vita quando accoglie l’invisibile e la forma ne diventa testimonianza. Marica Fasoli si spinge oltre: le sue opere manifestano l’ambiguo rapporto fra reale e virtuale; nel suo caso la memoria del vero diventa condizionata percezione visiva di un falso. Nella memoria di altre artiste si cela la consapevolezza di un’identità femminile la cui specifica natura si muove anche dalla rappresentazione dell’incanto che il corpo femmineo naturalmente custodisce. Emila Sirakova, Cristina Iotti, Claudia Leporatti sono muse votate alla bellezza, al paziente declinare di sentimenti e gesti segreti e preziosi: operano con la forza ed il mistero della seduzione visiva. Le sculture di Paola Staccioli ricordano l’incanto del bimbo nell’integrità di un mondo ancora puro e genuino. Lontano dai misteri, dalle nebbie grigie e tristi del reale. In Martha Pachon, ogni sua opera in ceramica vive del ritmo leggero dei colori pastello, sono la memoria della musica, dell’acqua, del volo.

Marco Cammi

L’IMMAGINE SOSPESA

La figura, la luce, il colore, insieme corposo e diafano nelle sue multiformi apparenze, generano le immagini simboliche di Claudia Giraudo. Una pittrice che affonda le proprie radici nella più solida ricchezza della complessità tecnica, una tecnica di gusto cólto, veicolo dell’evocazione, dell’arcano imprigionato nelle sue misteriose ragazze, graffiti di un preraffaellismo atemporale e onirico. Figure senza luogo, in bilico sull’orizzonte di un’oltranza che pare sfiorata appena dalla fuggevole ala del tempo, fanciulle con copricapi dalle forme insieme astrali e trecentesche, bimbi dallo sguardo pensoso e còlto in una quasi fissità, timorosa del futuro inesorabile che ci attende, che li attende. Emozioni di raffinata staticità. Dinamismo, vita contorta, manciate di diamanti sull’eterno movimento del mare di liguria, incanto di un panta réi fulminato dagli scatti sorprendenti di Giulio Cardona. Forme di uccelli marini che paiono svincolarsi dall’acqua per farsi luce, corpi aerei ridotti a diafane linee di forza vibranti, natura che si fa lampo contorto, gioioso e indecifrabile, come in un gioco neofuturista. Incontro sorprendente di due sguardi sul mondo, di due tecniche imprigionate nell’opera, che sanno far sintesi delle loro specificità. La fotografia dipinta trova l’equilibrio magico di un dinamismo sapiente che non scompone la figura e di una figura che pare emergere dall’infinita matrice del movimento, per fissarlo in un’aura che vive di vita propria. E’ la sintesi della creazione, che appare nel suo rinnovato mistero in queste immagini, offerte all’infinita interpretazione dell’anima.